Regionali, nel nolano “passano” Manfredi – Mensorio – Iovino – Saiello. A vincere, però, è il partito dell’astensionismo. Democrazia in crisi
Nola – A trionfare in queste regionali in Campania è stato il partito dell’astensionismo (anche in altre regioni d’Italia) la cui soglia ha toccato la storica percentuale del 40 per centro.
Una partecipazione ridotta ai minimi termini che accende una spia preoccupante sullo stesso meccanismo di rappresentanza democratica e sulla tenuta delle istituzioni. Una situazione che scava un solco ancor più profondo tra elettori ed eletti, alimentando sempre di più un sentimento di disaffezione verso la politica.
Anche in questa tornata si è assistita ad una competizione elettorale povera di contenuti, con pochi incontri con i cittadini (spesso con bassa partecipazone), e basata su slogan “copia in incolla”, insulti reciproci, “saltelli” inopportuni, e dirette con tik-toker di “dubbia eleganza”
La pattuglia nolana in Consiglio regionale si riduce drasticamente con soli tre rappresentanti. In particolare, Massimiliano Manfredi (Pd) con 30.595, Giovanni Mensorio con una sorprendente affermazione di 22.127 voti, Francesco Iovino, premiato dal cambio di campo, che lo ha visto giungere primo nella lista” Cirielli Presidente per la Campania – Moderati e Riformisti”, con 8190 voti, e Gennaro Saiello, confermato con 6087 consigliere regionale sempre con il Movimento Cinque Stelle.
Lo “spettacolo” offerto è stato segnato da narrazioni banali, in molti casi con un linguaggio appena sufficiente, dove il centro sinistra ha profetizzato un futuro migliore con una sanità più efficiente, come se non governasse da quasi un ventennio, ed un centro destra che – pur consapevole della forza dell’avversario – si è presentato all’appuntamento elettorale in maniera approssimativa, senza un reale programma, con un candidato presidente logorato dai veti interni ed annunciato con notevole ritardo.
Contraddizioni stridenti che i cittadini hanno colto in pieno, mentre i vertici di tutti i partiti glissano completamente, tanto che anche chi perde le elezioni trova un modo per dire che in fondo ha vinto, adducendo argomentazioni da sofisti, piuttosto che analizzare i motivi della sconfitta.
In uno scenario di questo tipo, ci si chiede “Cosa c’è da festeggiare?”
La verità è che entrambe le coalizioni sembrano non accorgersi che a furia di azzerare i momenti di partecipazione, di negare la voce ai territori, spesso imponendo candidati dall’alto, hanno reso la politica da espressione di servizio alla comunità a modello di autoreferenzialità.
Ma tutto questo non sembra interessare: l’importante è portare a casa il risultato ed essersi assicurati altri cinque anni di consiliatura, anche all’opposizione. Emblematici sono stati, in tal senso, i tanti cambi di casacca da uno schieramento all’altro, basati solo su mero calcolo per una maggiore possibilità di essere eletti, anche in un partito di cui non si conosceva nemmeno il simbolo e di cui fino a qualche ora prima si era anche contro. Nonostante questo, ciascuno festeggia il proprio agognato “scudetto” e non fa nulla che lo stadio è vuoto. Quello che conta, in fondo, è solo “il premio partita”.
L’auspicio è che l’aver toccato il fondo in questo modo, con una politica senza etica e senza passione, possa innescare una presa di coscienza per risalire la china, riscoprendo comportamenti più rispettosi dei cittadini che nel frattempo sono divenuti sempre più -colpevolmente- indifferenti

