Nola, 19 agosto 14 d.C.: la morte di Augusto ovvero la nascita dell’Impero

Nola – 19 agosto del 14 d.C.: Augusto, l’uomo che ha rivoluzionato la repubblica romana convertendola in impero muore, ma la sua morte è un inizio, non una fine. Per capire cosa intendo, dobbiamo fare alcune osservazioni. Quando ci accingiamo a fare un salto nel mondo antico, dobbiamo tener ben presente che può accadere che certe parole e certi concetti abbiano un significato diverso che nel nostro presente. Non ci stupiremo, allora, nello scoprire che, almeno formalmente, l’antica Roma conservi lo stato di Repubblica quando nei fatti è quello che per noi è un impero con il suo imperatore. Perché quello che noi siamo soliti chiamare “imperatore” nell’antica Roma è, almeno formalmente, il “principe” (in latino princeps), una sorta di “primo cittadino”, di “primo tra tutti gli altri”, uno che è quello che sono tutti gli altri, “un cittadino” (in latino civis), ma che lo è più di tutti gli altri, meglio di tutti gli altri, fino a incarnare l’essenza stessa di quello che è e, quindi, di quello che tutti gli altri sono. E se si tratta di essere “cittadino” e se lo Stato è fatto di cittadini, allora il principe finisce con l’incarnare l’essenza stessa dello Stato. Ecco, allora, che più correttamente si potrebbe parlare di “principato” e non di “impero”, termine, quest’ultimo, che rimanda all’”imperium romanum”, il potere esercitato dal governo centrale di Roma su tutti i territori assoggettati. In origine il termine “imperator” si riferisce al condottiero militare, che riceve dal senato e dal popolo di Roma l’imperium, vale a dire il potere di condurre l’esercito in guerra e di prendere gli auspici da Giove per poterlo fare. Insomma, una sorta di generale di stato maggiore protetto dagli dèi.

L’ASCESA AL POTERE E LA CONSERVAZIONE APPARENTE DELLE ISTITUZIONI REPUBBLICANE

Nato dalla famiglia Octavia, Gaio Ottavio, pronipote di Caio Giulio Cesare, all’età di appena 19 anni, nel 44 a.C., viene adottato dallo zio per testamento, ne prende inizialmente il nome completo, ma dopo di essersi liberato di tutti i rivali che come lui ambivano ad assumere il controllo della Res publica, muta ufficialmente il suo nome in Imperatore Cesare Augusto, certificando col primo elemento del nome il suo legame indissolubile con l’imperium, con il secondo la sua discendenza dal grande Giulio Cesare, e col terzo il suo essere al di sopra di ogni essere umano, ché tale è il significato del termine “augustus”.

La storia ce lo ricorda, generalmente, come “il primo imperatore”, per molti l’uomo che pose fine all’età repubblicana. In realtà l’impero, inteso come la condizione in cui un uomo solo detiene il potere supremo, è l’inevitabile e necessaria evoluzione della Repubblica romana, cresciuta a dismisura e incapace di reggersi con strutture amministrative e governative ormai obsolete quando Augusto irrompe sulla scena politica, dopo l’assassinio di Cesare, notamente accaduto il 15 marzo del 44 a.C. Bisogna attendere il 31 a.C. e la sconfitta di Cleopatra, regina d’Egitto, e di Marco Antonio, fidato luogotenente di Cesare, che si era legato a Cleopatra, col chiaro intento di condividere con lei il dominio del Mediterraneo, per vedere il novello Cesare Ottaviano ritrovarsi signore incontrastato di Roma e dei suoi domini. Al suo fianco è il suo condottiero e amico Marco Vipsanio Agrippa. Nelle nicchie che sono ai lati dell’ingresso del Pantheon, che ancora oggi possiamo ammirare a Roma, le statue dei due da questo momento appaiono come quelle di due consoli della repubblica romana. Insieme indicono l’elezione del senato, interamente formato da loro sostenitori. Nel suo testamento politico, noto come Res Gestae, Augusto dichiara di non aver mai ricoperto nessuna magistratura con prerogative maggiori a quelle dei suoi colleghi in ogni singola magistratura. Ma nella realtà dei fatti egli riunisce in sé contemporaneamente un numero notevole di magistrature, a partire da quelle più importanti, e soprattutto si fregia dell’auctoritas, una sorta di carisma istituzionale che gli deriva dagli antichi patres di Roma e che lo eleva al di sopra di tutti.

Agrippa sposa l’unica figlia di Augusto, Giulia, che gli dà un figlio nel 20 a.C., Gaio Cesare, e uno nel 17 a.C., Lucio Cesare. Con la loro nascita si innesca per Augusto l’avvio di una rivoluzione sostanziale sul piano costituzionale, seppur senza alcuna ratifica ufficiale: la successione al potere supremo della Res publica su base dinastico-familiare. Augusto adotta secondo le procedure di legge i due nipoti e li destina a succedergli, molto probabilmente collegialmente. Ma i suoi progetti dinastici rischiano di infrangersi contro la prematura morte dei due eredi, entrambi vittime di circostanze sospette, e solo la scelta di adottare Tiberio, figlio primogenito nato a sua moglie Livia da un precedente matrimonio, consente ad Augusto di non rinunciare al suo progetto rivoluzionario. Così, quando egli muore, Tiberio gli succede nel suo ruolo di princeps. Ormai non è più in discussione la forma di governo, ma solo chi debba essere “principe”. E la scelta non può non ricadere su chi è stato virtualmente designato da Augusto attraverso l’adozione, prima ancora che facendogli rivestire le cariche più alte dello Stato. Insomma, è nel momento in cui Augusto muore e suo figlio Tiberio gli succede al potere che si compie e concretizza la vera rivoluzione e la Repubblica cede il posto all’impero.

LA MORTE DI AUGUSTO “APUD NOLAM”: LA REPUBBLICA CEDE IL POSTO ALL’IMPERO

E questo secondo gli storici antichi accade apud Nolam, dove la famiglia di origine di Augusto, la gens Octavia, ha dei possedimenti. È plausibile che gli Octavii siano tra coloro che hanno ricevuto terre nell’ager Nolanus, al termine della cosiddetta “guerra sociale”, combattuta e vinta dai Romani contro le popolazioni italiche tra il 90 e l’88 a.C. Ad assegnare proprietà terriere ai veterani della guerra era stato il generale Silla, che aveva espugnato le mura nolane dopo un lungo assedio, del quale di recente stanno venendo alla luce tracce nei pressi di via Circumvallazione, a sud della città, nel corso di campagne di scavo archeologico condotte dagli organi dello Stato. Lo storico romano Svetonio narra che le condizioni di salute di Augusto si aggravano mentre si trova già in Campania, in viaggio di ritorno verso Roma, sicché viene portato nella dimora di famiglia apud Nolam. L’espressione, tradotta generalmente in italiano con “presso Nola”, sta ad intendere che si tratta di una villa, ovvero di una residenza posta all’esterno delle mura urbane, ma pur sempre nei confini del territorio amministrativamente controllato da Nola. L’esatta collocazione ancora oggi ci è ignota. Quell’apud/presso ci dice semplicemente che si trova oltre le mura, ma non precisa quanto distante da esse.

Un dato interessante viene ancora una volta dalle antiche fonti scritte. Secondo quanto raccontato da Svetonio, Tiberio, ormai principe, nel 26 d.C. si reca a Nola e fa consacrare come tempio la dimora in cui Augusto era morto. La notizia ci autorizza a ipotizzare che la villa o parte di essa sia oggetto di un importante restyling che gli dia il volto di un vero e proprio tempio, ovviamente caratterizzato da una monumentalità adeguata al culto di Augusto, divinizzato pochi giorni dopo la sua morte. A tal proposito Svetonio narra che sia proprio un Nolano, tale Numerio Attico, a dichiarare sotto giuramento di aver visto l’anima di Augusto subito dopo la sua morte salire fino all’Empireo, il più puro dei cieli, degno degli déi.

ALLA RICERCA DELLA VILLA PERDUTA DI AUGUSTO

  • Tra gli anni Venti e Trenta del secolo scorso l’archeologo Matteo Della Corte intraprese lo scavo di una villa monumentale in località Starza della Regina nel territorio di Somma Vesuviana e la presentò subito come quella appartenuta agli Octavii e ad Augusto. La scarsità di risorse economiche e il sopraggiungere della Seconda Guerra Mondiale non consentirono di completare lo scavo, che è stato ripreso da un’equipe dell’Università di Tokyo, in collaborazione con l’Università di Napoli “Suor Orsola Benincasa” nel 2002, e che è ancora in corso, su concessione del Ministero della Cultura. I dati finora raccolti, escludono che la villa, che va restituendo testimonianze davvero eccezionali, sia appartenuta ad Augusto, dal momento che molto poco consistenti e ancora non chiare sono le tracce ascrivibili al suo tempo.
  • Un capitello di marmo del tipo corinzio, ben databile a pochi anni dopo la morte di Augusto è conservato al Museo Storico Archeologico di Nola e per la sua monumentalità e raffinatezza potrebbe essere appartenuto a un edificio pubblico di grande importanza, forse proprio un tempio. Non proviene, purtroppo, da scavi regolari, ma è stato recuperato in circostanze non chiare, probabilmente in una zona che oggi è al confine tra Nola e Ottaviano, dove potremmo aspettarci di trovare una villa, che, per quanto lussuosa, difficilmente potrebbe avere avuto capitelli di tali dimensioni, se non a seguito di una sistemazione monumentale, consona a un importante luogo di culto. Potrebbe essere questo il sito in cui il primo principe di Roma con la sua morte aprì definitivamente la strada alla nascita dell’impero, proprio in prossimità di quella città di Ottaviano che nel suo nome potrebbe farsi risalire ai possedimenti della gens Octavia? Non abbiamo elementi certi per dirlo. Quel che certo è che la casa in cui, nella stessa stanza in cui già era spirato suo padre naturale, Augusto diede il suo ultimo respiro, circondato dai suoi amici e dai suoi servi, insieme a sua moglie Livia, ai quali chiese se fosse stato un bravo attore sul palcoscenico della vita, non doveva trovarsi all’interno delle mura di Nola. Di conseguenza quando nel suo De Nola, edito a Venezia nel 1514, l’umanista nolano Ambrogio Leone, col chiaro intento di nobilitare quanto più possibile la sua patria, riferisce del ritrovamento di un’iscrizione recante inciso il testo “templum Augusti”, per noi nell’area dell’ormai dismesso mercato ortofrutticolo, possiamo dire che diffonde una vera e propria fake news.

IL LEGAME DI AUGUSTO CON NOLA

Al tempo stesso è plausibile che Augusto ebbe grande familiarità con Nola e che la città, come tutte le città dell’Italia e molte altre in tutto l’impero, visse sotto il regno di Augusto un’epoca di grande splendore, con la costruzione del teatro (quello che Ambrogio Leone chiama “anfiteatro marmoreo”), interventi di restyling dell’anfiteatro (l’”anfiteatro laterizio” di Leone) e chissà quali altre importanti trasformazioni funzionali alla vita della città in cui per sua volontà arrivò una nuova colonia di Romani, ovvero migliaia di nuovi cittadini. Lo andiamo scoprendo quotidianamente, nell’esercizio della tutela di un patrimonio che Nola conserva nel suo sottosuolo e che viene alla luce negli innumerevoli interventi di edilizia urbana sia pubblica che privata.

In quel lontano 19 agosto del 14 d.C., in uno dei luoghi più felici dell’Italia, nel cuore di quella Campania felix fattasi ricca alle falde del Vesuvio, Augusto muore e si avvia a diventare immortale, non tanto per la sua consacrazione a divo tra gli dèi della repubblica romana proposta da Tiberio e ratificata dal Senato, ma perché lascia all’umanità intera l’idea di un impero universale, ponendosi per il futuro come la fonte di ogni potere, punto di riferimento per tutti coloro che avrebbero aspirato a regnare, in ogni parte del mondo e in ogni tempo.

di Mario Cesarano

Funzionario Archeologo del MIC –

Dottore di Ricerca in Archeologia

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