Governo, Letta: “No alla staffetta con Renzi”

«Andare a Palazzo Chigi, adesso, per me sarebbe sconveniente. Ma se me lo chiedono tutti, ci posso pensare. Significa che una diversa alternativa non c’è. E comunque, un governo che duri fino al 2018 può avere il tempo di dare al Paese ciò di cui l’Italia ha bisogno. Riforme. Aggressione della crisi economica. Ripartenza. Sennò, non rischia il sottoscritto, o l’attuale premier, o il Pd. Rischiano tutti». Matteo Renzi tra le tre ipotesi possibili – governo Letta che governi davvero, elezioni in primavera, staffetta tra lui e Enrico alla guida dell’esecutivo – considera quest’ultima la più insidiosa e la meno allettante.

«Ma io non devo pensare ai miei interessi, c’è qualcosa di più grande che conta in questo momento e sono i destini di un Paese che va sbloccato e cui va data una direzione». Sta proponendo se stesso per il post-Letta, il leader del Pd? No. Ma è abituato a ragionare tenendo tutte le carte sul tavolo, e l’asso della staffetta – non da lui prediletto e guai a proporgli l’espressione «staffetta che gli produce «le bolle» come tante altre formule di questo tipo da gergo politico d’antan – non solo fa parte del mazzo ma sembra avanzare sul tavolo di gioco. Se non altro perchè il pressing del «Matteo tocca a te» ormai è diventato molto insistente.

Contatti con il presidente Napolitano il leader del Pd in queste ore non ne ha avuti. Il fedelissimo ministro Delrio l’altroieri è andato a parlare con il Capo dello Stato. E la sensazione di tutti è che la supposta rigidità di Napolitano, nei confronti di un eventuale governo Renzi, non esista più di tanto. Quindi? Ieri Matteo è stato chiamato per telefono da diversi leader, da Casini a Alfano ad altri, da colleghi degli altri partiti, e da compagni e amici del Pd: con Letta invece zero contatti. Tutti vogliono sapere: «Allora, che cosa si fa? Davvero Enrico può rilanciarsi dopo il colloquio di martedì con Napolitano, oppure tocca a te caro Matteo?».

Si sa com’è Renzi: «Io ce la posso fare», è la riposta che somministra ai suoi interlocutori. Ma non nasconde le difficoltà della cosa. Le sue condizioni per accettare la possibilità di succedere a Letta sono semplici: «Non servono forzature, non farò mai niente che possa accelerare o indurre questa scelta. Tutto il processo deve essere naturale e condiviso. Se tutti mi vogliono, bene. Ma non sarò certo io a imporre alcunchè». Ecco, Renzi non lavora per arrivare a Palazzo Chigi, ma sa bene di non poter fare quello che dice di no. Se anche il presidente Napolitano si convince che la carta Matteo è l’unica da giocare, lui potrà mai toglierla dal tavolo di gioco chiamandosi fuori perfino dicendo di no al presidente Napolitano?

GIOCO D’ANTICIPO
La linea di Renzi è quella, come dirà oggi nella trasmissione di RaiTre, Agorà, dell’«io a Palazzo Chigi? E chi me lo fa fare?». Ma con questa convinzione sincera convive la certezza, in Renzi ma non soltanto in lui, che il rilancio del governo Letta non è cosa facilissima e arrivare a ottobre sarà un percorso a ostacoli molto alti; che il voto subito ha in Napolitano un avversario esplicito e motivato; e che, viceversa, un governo di legislatura – quello che serve anche al Nuovo centrodestra di Alfano per consolidare la propria proposta e per vedere che fine giudiziaria avrà la leadership di Berlusconi – può essere quello che ha il tempo per prendere le misure della tragedia italiana.

La trattativa per trovare una soluzione e uscire dall’impasse in queste ore è febbrile. E in questo negoziato, l’ipotesi governo Renzi prende sempre più forma e sostanza nonostante le evidenti controindicazioni. Le convenienze di Matteo premier – ragionano alcuni dei renziani – per lui sono poche. L’unica vera è che, in assenza di elezioni, stare come minimo un anno a fare il tiro e molla con Letta può logorare il segretario dem. In più, Renzi giocherebbe d’anticipo arrivando subito a Palazzo Chigi. Dove può far passare, da dentro, cose che da fuori non riuscirebbe. A cominciare dal job act, che è il cuore della politica renziana insieme alla legge elettorale. Una cosa è spingere la madre di tutte le riforme – quella che di gran lungo sta più a cuore ai cittadini – attraverso il pressing sul governo in carica e un’altra cosa è fare della riforma del lavoro il fulcro del nuovo governo che Matteo sarebbe determinato a guidare se tutti lo vogliono. Visto che: «Io non cerco nè pennacchi nè poltrone».

 

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