Riforma della pubblica amministrazione: le novità salienti

La pubblica amministrazione non sarà più, volendo parafrasare il celebre film dei fratelli Coen, un «paese per vecchi». 
Gli over 70, ma anche quelli a ridosso di questa età, non avranno più spazio tra i ranghi delle amministrazioni statali. La staffetta generazionale, lo svecchiamento della Pa promesso da Matteo Renzi e dal ministro Marianna Madìa che ha come obiettivo quello di liberare 15 mila posti per i giovani, parte con un pacchetto di norme per far sì che chiunque abbia maturato i requisiti per essere pensionato vada via. Il primo articolo del decreto approvato ieri prevede l’abolizione del «trattenimento in servizio».

Si tratta della possibilità per i dipendenti dello Stato, a richiesta, di poter rimanere per altri due anni al lavoro una volta raggiunti i requisiti della pensione. Non solo le amministrazioni statali non potranno più concederli, ma quelli in essere scadranno automaticamente il prossimo 31 ottobre. La norma colpirà pesantemente soprattutto la categoria dei magistrati, per i quali il trattenimento è possibile fino a cinque anni, ma anche i professori universitari. Di fatto, dunque, l’età di pensionamento dei giudici scenderà da 75 a 70 anni. Siccome la norma rischierebbe di decapitare l’intero vertice della macchina giudiziaria italiana, il governo ha deciso di posticipare fino alla fine del prossimo anno i trattenimento in servizio dei magistrati attualmente in essere. Un ammorbidimento ritenuto comunque insufficiente dai giudici, che ieri hanno ribadito che la norma rischia di mandare al collasso l’organizzazione della giustizia. Quella sul trattenimento in servizio, comunque, non è l’unica norma che servirà a mandare in pensione i pubblici dipendenti più anziani.

LA TAGLIOLA
Nel decreto è stata inserita anche un’altra tagliola. Tutti coloro che hanno raggiunto il massimo dei contributi, ad oggi 42 anni e tre mesi, saranno obbligati a lasciare il lavoro per accedere alle pensione. Questa norma, che già è stata applicata in passato, verrà estesa con la riforma anche ai dipendenti delle autorità indipendenti, ai professori universitari e ai medici dirigenti responsabili di strutture complesse. Che i cancelli del pubblico impiego saranno definitivamente chiusi ai lavoratori anziani, lo dimostra anche un’altra norma inserita nel provvedimento approvato ieri dal governo. Chi è in pensione non potrà più lavorare, ottenendo incarichi dirigenziali o di consulenza, con le pubbliche amministrazioni. E questo vale anche se il pensionato non è un ex dipendente pubblico ma anche privato. Fin qui le norme sulla staffetta generazionale inserite nel decreto d’urgenza. Ma come ha confermato Renzi, il grosso del pacchetto della riforma è stato inserito nel disegno di legge delega. Lì, per esempio, sono finite le norme sul part-time, quelle che consentono ai dipendenti cinque anni prima della pensione di optare per il tempo parziale, ma con la certezza di ottenere una volta lasciato il lavoro un assegno previdenziale pieno. Così come nella delega dovrebbe trovare posto l’estensione anche ai lavoratori uomini dell’opzione donna, ossia la possibilità di lasciare il lavoro a 57 anni con 35 di contributi ma con un assegno ridotto del 30 per cento perché calcolato con il contributivo. Ed anche l’anticipo di due anni del ritiro nel pubblico impiego per chi nel 2012 aveva maturato i requisiti pre-Fornero.

 

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