Il governo vara la legge di stabilità: blocco dei contratti pubblici per tutto il 2014

Niente nuove tasse e niente tagli al sociale è il titolo con il quale Enrico Letta ha presentato – e rivendicato – la legge di stabilità per il 2014. Una manovra da 11,6 miliardi per il prossimo anno (e oltre 7,5 per ciascuno dei due successivi) che si propone di spingere la crescita attraverso il rifinanziamento degli investimenti e il calo della pressione fiscale; ma che per molti aspetti decisivi, dalla riduzione del carico fiscale sul lavoro alla tassazione della casa, rinvia a future scelte che dovranno essere fatte dal Parlamento e dalle parti sociali.

Rispetto alle versioni circolate alla vigilia sono stati azzerati i tagli al sistema sanitario nazionale, mentre restano quelli alle Regioni ed al pubblico impiego. È presente comunque qualche inasprimento fiscale, come l’incremento del prelievo di bollo sui depositi titoli (dunque sugli investimenti) che da solo vale 900 milioni. E il governo mette in cantiere una revisione delle agevolazioni fiscali che dia 500 milioni, da realizzare entro l’anno: in caso ciò non avvenga entro il prossimo gennaio le attuali detrazioni per oneri al 19 per cento scenderebbero al 18 e successivamente al 17. A banche e assicurazioni sarebbe richiesto un contributo di 2,2 miliardi.

MARATONA SERALE
Ieri sera la riunione del Consiglio dei ministri è proseguita a lungo dopo che intorno alle sette e mezza il premier Letta e il ministro dell’Economia Saccomanni sono scesi nella sala stampa di Palazzo Chigi a presentare le linee guida del provvedimento. Ma poi poco prima della mezzanotte il testo è stato approvato e subito inviato a Bruxellese.

Dalla parte degli interventi, il cuore della legge è certamente la riduzione del cuneo fiscale per lavoratori e imprese. La scelta dell’esecutivo è però quella di lasciare spazio alle parti sociali per la determinazione esatta degli interventi e della relativa platea, in particolare per quanto riguarda i benefici in busta paga per i lavoratori dipendenti.

L’impegno finanziario è crescente nel triennio: si parte da 1,5 miliardi il prossimo anno per i lavoratori, destinati a crescere fino a 5 nel 2016; per le imprese nel triennio si dovrebbe arrivare a 5,6 miliardi, attraverso la riduzione dei contributi sociali. Dunque in tutto, a regime, l’alleggerimento sarebbe di 10,6 miliardi. A questo si aggiunge 1 miliardo di proroga degli incentivi per ristrutturazioni edilizie ed ecobonus.

LA SPENDING REVIEW
Sempre nel triennio 11,2 miliardi sono destinati a finalità sociali oppure a progetti di investimento e a impegni internazionali. L’esecutivo mette l’accento in particolare sul finanziamento di opere infrastrutturali, comprese quelle alle quali in tempi recenti erano state sottratte risorse.

Da dove vengono le risorse? Per il 2014 in particolare 3,5 miliardi derivano da tagli di spesa, 2,5 a carico del bilancio dello Stato e 1 delle Regioni: il conto più salato è probabilmente quello dei dipendenti pubblici per i quali viene confermato il blocco della contrattazione, ridotto ulteriormente il tasso di sostituzione di chi va in pensione, tagliata la spesa per straordinari. C’è anche un ulteriore slittamento dei tempi di incasso della liquidazione. Altri 3,2 miliardi secondo lo schema del governo dovrebbero arrivare da dismissioni (per 500 milioni) e dalla rivalutazione di cespiti e partecipazioni a carico delle aziende (soprattutto del settore finanziario).

Altri 1,9 miliardi corrispondono agli inasprimenti fiscali sui depositi titoli ed alla revisione delle cosiddette tax expenditures. Si arriva così a 8,6 miliardi: altri 3 saranno finanziati in deficit, facendo affidamento sui margini di flessibilità concesso dall’Unione europea. Così il prossimo anno il rapporto tra disavanzo e Pil dovrebbe crescere dal 2,3 per cento tendenziale al 2,5.

Ci sono poi altre fonti di finanziamento che prudentemente non sono state “cifrate”, almeno per il 2014: si tratta dei proventi della tassazione dei capitali all’estero (in base al lavoro del gruppo coordinato dall’ex procuratore Francesco Greco) della rivalutazione delle quote di Bankitalia e della spending review affidatata a Carlo Cottarelli.

 

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